NOVEMBRE”, IL NUOVO DISCO DI MASSIMILIANO D’AMBROSIO
Quarant’anni tra Sanguineti
e canzoni d’autore

La poesia di Sanguineti, i bilanci esistenziali, l’amore e la passione, ma anche i distacchi, il rapporto con il sacro e la spiritualità. “Novembre”, l’ultimo disco del cantautore romano Massimiliano D’Ambrosio, è quello della maturità. Un racconto di una prima parte di vita che si ferma a “Novembre”, al prossimo novembre, ovvero alla vigilia dei suoi quarant’anni. “E’ un riassunto - sintetizza d’Ambrosio – di quello che ho fatto, di quello che ho visto e letto, di quello che mi ha colpito e mi è rimasto”.
Da sempre “innamorato” della poesia, D’Ambrosio apre l’album con “La ballata delle donne” la celebre poesia di Edoardo Sanguineti. “Appeno ho letto la poesia – racconta il cantautore - ho preso la chitarra ed ho cominciato a cantare. E’ nata così, in cinque minuti questa canzone”. Una ballad classica che veste di ancor maggior forza le parole del poeta genovese e che sottolinea la figura “terrena” e quasi salvifica della donna, senza snaturarla nel suo essere compagna e madre: “Perché la donna non è cielo, è terra/ carne di terra che non vuole guerra:/è questa terra, che io fui seminato, /vita ho vissuto che dentro ho piantato,/qui cerco il caldo che il cuore ci sente,/la lunga notte che divento niente./ Femmina penso, se penso l’umano/ la mia compagna, ti prendo per mano”. Un brano quanto mai attuale così come le canzoni che toccano temi importanti come la guerra in Palestina (Lettera dalla Palestina) e la storia di Stefano Cucchi (Scese lenta l’ultima neve). E ancora echi di poesia in “Aprigli la testa”, ispirata da una poesia di Cummings e i “I Re del mazzo” un filastrocca che potrebbe incontrare il favore dei bambini, che ricorda le liriche di Lorca.
L’album (Etichetta Latlantide) è prodotto dallo stesso D’Ambrosio con gli arrangiamenti di Fabio Fraschini e musicalmente è curato con grande classe e raffinatezza, tra ballad ed echi di jazz.

 

Da Bielle.org
di Mario Bonanno
Dieci e lode senza tema di ripensamento

Sapete quei disaster movies in cui ci si salva in zona Cesarini, proprio quando si era lì lì con l’arrendersi al destino cinico e baro? A me succede tutte le volte che - affranto dalla musica contemporanea (la parafrasi è battiatesca) - decido di smettere di ascoltare nuove proposte.
Mi arriva a casa il cd-eccezione che conferma la regola, e mi riconcilia per un altro po’ con la vita di ascoltatore semi-professionista. Metti un disco come “Novembre” (Latlantide, 2012), per esempio. Se vi siete abbeverati alla fonte della canzone d’autore (quelle doc, però, mica le mogol-battistate da cui discendono le tizianoferrate seriali) non potete restare indifferenti.
Massimiliano D’ambrosio è cantautore con baffi & attributi giusti: al suo terzo cd mantiene quando di buono prometteva nei dischi precedenti (“Cuore di ferro”, “Il mio paese”), sbandierando ai quattro venti la sua idea di canzone-cosa-seria.
Prendetemi alla lettera: finalmente un disco non omologo (nei suoni, nei temi), piovuto dritto dal passato aureo della song di contenuto. Finalmente una voce non sopraffatta dal sound del momento, finalmente armonie al servizio di fatto delle parole.
Niente da fare, al Folkstudio (D’Ambrosio vanta l’inprinting di quella fucina) dev’essere un po’ come a Lourdes: basta frequentare perchè il miracolo si compia e lasci il segno.
Si vede e - mai come nella fattispecie - si sente. “Novembre” è il disco più bello del cantautore romano. Un cd senza zone d’ombra né passaggi a vuoto, pieno di riverberi (metaforici, non musicali). Eco di generi (folk, bandistici, popolari), filtrati alla luce della canzone d’autore, per una volta nel senso sacrosanto della parola. Il campionario dei temi è un distillato di suggestioni. Si ascolti, per esempio, la soffusa & sublime “Scese lenta l’ultima neve”, dettata dall’omicidio in carcere di Stefano Cucchi (consiglio sin d’ora alla giuria del premio Amnesty).
Oppure “Lettera dalla Palestina” in cui il clima del racconto è rarefatto al punto da sfiorare la poesia. O - ancora - “Jesus” dove si aggira un Cristo umano-troppo-umano come solo in Fabrizio De Andrè. E che scrivere poi delle finto-filastrocche per orecchie capaci di intendere e mani e piedi capaci di stare al tempo? (“Rosa”, “Aprigli la testa”, “I re del mazzo”). La title-track è una ballata esistenzial-stagionale sorretta da un bell’ arpeggio di chitarra, e su un versante ulteriormente sommesso/evocativo ci si imbatte nel dittico dato da “Requiem” e “La sfida”.
Ultima (ma non ultima) viene “Amore a dieci euro”, che richiama il Bubola anni Ottanta (anche in questo caso: saranno stati almeno vent’anni che non sentivo una chitarra elettrica tanto necessaria e tanto poco invadente).
Gli ottimi ascolti consustanziali alla vena cantautorale di D’Ambrosio si desumono da taglio e clima del disco, le ottime letture sin dall’incipit de “La ballata delle donne”, piovuta dritta da una poesia di Edoardo Sanguineti. In definitiva: un album (la definizione di album, a questo punto, risulta quasi doverosa) da dieci e lode, senza tema di ripensamento.

Da www.canforaaa.com
di Selene Luna Grandi
Massimiliano D'Ambrosio e il nostro Novembre

Ho aspettato un pò prima di parlarvi dell'ultimo disco di Massimiliano D'Ambrosio. Volevo ascoltarlo attentamente e in situazioni diverse. Volevo avere qualcosa da dire senza cadere nell'obbligo della consueta e fredda recensione. Volevo arrivare al punto di "essere le parole giuste" e non "doverle trovare".  

 Novembre é alle porte. E credo che niente sia in grado di descrivere al meglio il disco, se non proprio la Title Track NOVEMBRE. Il mese che più di tutti rappresenta la morte, la solitudine e l'infelicità. Adattissimo a rappresentare questo periodo di freddo ed eventi tragici. I fiori al cimitero, le lacrime. Il cane infreddolito, stanco che sbadiglia. La cera delle candele. Chi decide di andarsene … troppo debole per restare. Chi è consumato dal successo e chi non può pagare i propri operai. La routine del lavoro, le sconfitte, la crisi economica e i tradimenti. Chi resta solo alla domenica. Le cuffie di lana e le sciarpe. L'ansia per l'arrivo degli esami. E l'esame più complesso … quello delle somme e dei bilanci.

NOVEMBRE é un disco cantautorale, emozionale ed evocativo. Ogni brano rappresenta una sensazione e un racconto. D'Ambrosio è un poeta in grado di ammaliare grazie alla sua voce e al suo modo di interpretare i testi. Questo disco è la sintesi del suo percorso e della sua maturità artistica. E' consapevolezza. Le tematiche sono complesse e solo in apparenza semplici. L'amore e l'attenzione per le donne è estremamente marcato. LA BALLATA DELLE DONNE ( rielaborato e tratto da un testo del poeta Edoardo Sanguineti ) è un vero e proprio INNO alla Donna. Che viene associata alla forza, alla pace, alla ribellione e al vero. ROSA, altro singolo interessante, è un pittoresco sguardo al mondo femminili e alle sue peculiarità. Belle o meno belle. Giovani o mature. Un'unica donna e le sue personalità, ma anche un ventaglio di Rose diverse.

NOVEMBRE ha anche un'altra faccia. Quella riflessiva e drammatica. LETTERA DALLA PALESTINA è fra i brani più toccanti. Emergono paura e lacrime di “argilla e fango”. Una critica alla guerra e al silenzio di Dio ( e degli uomini!). Il rammarico dell'impotenza è elevato. Un po' come in SCESE LENTA L'ULTIMA NEVE, in cui le vittime sono nuovamente al centro dell'attenzione. E se nella prima traccia l'ingiustizia è lontana da noi, nella seconda la viviamo in prima persona. Una violenza diversa. Quella che ogni giorno invade i notiziari e che non lascia spazio al perdono. L'unica soluzione è tentare di lottare. LA SFIDA, che solo il tempo potrà aiutarci a vincere. NOVEMBRE è un disco prezioso. Un malcontento d'autore. Siete voi e sono io. NOVEMBRE è le rughe della vita

Da Smemoranda
di L'Alligatore
Massimiliano D'Ambrosio - Novembre

Torna l’impegno, torna la canzone con i contenuti, con storie d’Italia (o del mondo), scritte per lanciare un messaggio, ma anche per il gusto di fare musica. Bella musica. Quella di Massimiliano D’Ambrosio, cantautore romano di scuola Folkstudio, e si sente.
Un titolo dedicato ad un mese, “Novembre”, per raccontare i suoi 39 anni di vita, prima che arrivi a dicembre il quarantesimo, con le passioni, suoni, personaggi della sua storia personale, come quella della Storia con la esse maiuscola. Allora ecco un obiettore di coscienza israeliano che scrive alla madre in “Lettera dalla Palestina”, ecco il male oscuro, la depressione in “La sfida”, ecco Stefano Cucchi e la sua morte in carcere ancora tutta da chiarire in “Scese lenta l’ultima neve”, ecco una filastrocca ispirata da Garcia Lorca in “Il Re del mazzo”.
Chitarra acustica, violini, mandolini, corno francese, bombardino, trombone, ma anche chitarre elettriche e basso, rhodes, fisarmonica, clarinetto, strumenti spesso e volentieri suonati da donne. E sono molte le donne narrate nel disco, a partire dal pezzo messo proprio in apertura, “La ballata delle donne” da una poesia di Edoardo Sanguineti, nostro gran intellettuale da ricordare, fino ad arrivare a “Rosa” adolescente che va al mare e tutti si voltano a guardare (l’avrebbe potuta scrivere De André).
Prodotto da Latlandite, label rigorosa attenta alle parole. Parole che si fanno musica, parole che esplodono. Come in “Novembre”… ma anche dopo

Da Extra! Music Magazine
di Dannia Pavan
Massimiliano D'Ambrosio - Novembre

Alle mura del Folkstudio di Roma cresce e matura il cantautore che dalla capitale sforna per la seconda volta un’opera fragrante e profumata che chiama ”Novembre”. Con questo disco Massimiliano D’Ambrosio propone al panorama italiano della musica dei cantautori, un prodotto che sa di artigiano genuino per il quale sceglie solo gli ingredienti migliori. Il secondo disco che mette insieme è ispirato e intenso e suonato con ottimi musicisti che danno alle varie tracce ulteriore spessore.
Ascoltandolo si sentono subito i numerosi riferimenti con i quali si è ‘cibato’ e che plasmano la sua poetica; tra tutti non sfugge Fabrizio De Andrè. Certo il paragone è altissimo e forse potrebbe risultare imbarazzante oltre che lusinghiero. Ma dalla musica e dalla scrittura di D’Ambrosio si levano numerosi echi a Faber, talvolta nella musica, oppure nell’approccio della sensibilità e nelle suggestioni delle parole. Sono fortissimi i rimandi ai suoni mediterranei, gli approcci alle marce o alle filastrocche, che si ritrovano in Rosa, Aprigli La Testa, I Re del Mazzo. Omaggi e citazioni, oltre a Fabrizio, sia in musica che in parole, vanno a Borges, Lorca, Sanguineti, Cummings.

L’apertura del disco è affidata a La Ballata delle Donne, un brano di grande poesia fatto ‘a quattro mani’ a partire dalla penna di un grande poeta italiano del Novecento, Edoardo Sanguineti. L’arrangiamento musicale la rende una bellissima ballata di sapore classico nella quale volteggia un’atmosfera nostalgica e malinconica sulla scia dei grandi autori folk, grazie alla presenza di fisarmonica e violino. La segue, centrando ancora il bersaglio, (è il caso di dirlo), Lettera dalla Palestina. E’ un racconto drammatico, il cui approccio nascondeva le insidie della retorica e della banalità; invece nei toni cupi, amplificati dalla presenza del corno francese, viene dilatata la drammaticità del testo che poeticamente narra della quotidiana tragedia che si consuma in terra di Palestina. Il risultato è sorprendente e il testo ti gira nella testa con le sue immagini che vorticano come foglie secche al vento.

D’Ambrosio anche nel resto del suo album raggiunge una comunicazione poetica molto forte, restando in ambito di racconti drammatici e che imbarazzano quella che si vorrebbe chiamare società ‘civile’: in Scese Lenta l’Ultima Neve, lenta appunto, e densa, porta in musica la tragedia di Stefano Cucchi. La forza di questo brano sta soprattutto nella scrittura: senza didascalie da lezioni moraliste, la sua intuizione e partecipazione all’evento, trasmette uno sguardo che permette di vedere tutto senza dire, con un arrangiamento davvero molto bello.
Ispirato da Borges concretizza, in maniera semplice e superba un’intuizione nel brano Jesus, col quale umilmente, ma egregiamente, si confronta con la vita di Gesù; lo fa con grande semplicità e delicatezza, misurato approcciando il mistero che porta con sé la figura del grande rivoluzionario di Nazareth, che nel brano ‘canta’ in prima persona. Non sono da meno La Sfida, ancora una volta lento ed evanescente, arricchite nelle sfumature dalle due apprezzatissime performance musicali del violino e mandolino. Infine, il brano che dà il nome all’album, Novembre: con un delicato arpeggio propone un susseguirsi di flash back della vita di D’Ambrosio. I numerosi rimandi a De Andrè si palesano nell’accorato omaggio di un reggae lento impreziosito dai suoni del violino, che intitola Requiem. Anche qui senza pretese, ma sincero e genuino.
Novembre è davvero un album molto interessante, poetico ed evocativo, che nel panorama del cantautorato italiano attuale lascia il segno in chi scrive e la soddisfazione dell’ascolto, in attesa del prossimo.

Da grandipalledifuoco.com

Massimiliano D’Ambrosio, Novembre
Direttamente dal Folk Studio, è davvero il caso di dirlo, arriva questo nuovo album di Massimiliano D'Ambrosio, che se ne frega degli anni zero dei suoi giovani colleghi, che non ci pensa minimamente di invischiarsi con il pop/rock come i suoi predecessori, che riesuma la tradizione popolare ma non ha niente da spartire con Mannarino.
Novembre è un album di undici canzoni pure, fuori tempo e fuori moda, praticamente un classico a trent'anni e più di distanza, dove ci si può trovare tranquillamente Lolli, De Andrè, De Gregori, Branduardi... insomma ci siamo capiti.
Eppure tutto suona sincero come non mai, intenso, ricco di pathos e assolutamente nuovo, fresco... originale, nonostante i rimandi siano più che evidenti.
Grande merito ce l'hanno gli arrangiamenti e la scrittura lucida del nostro, che affronta temi importanti e non scontati e non abusa a rigor di metafora e confeziona così un album piacevole e intelligente, fuori dal tempo e fuori dalle mode, un cantautore moderno che recupera e "rispetta" in un certo qual modo la tradizione, in maniera quasi filologica per recuperare le radici della canzone d'autore italiana che conobbe negli anni '70 il suo splendore, con gusto e classe:

La ballata delle donne”: “femmina penso se penso alla gioia”... folk ballad abbastanza lineare nel suo dipanarsi, con inserti di violino e fisarmonica, che ritroveremo un pò in tutto il disco, tratta da una poesia di Edoardo Sanguinetti:
“femmina penso se penso all’umano”

"Lettera dalla Palestina": intensa ballad carica di suggestioni, col corno francese ad aggiungere solennità alle parole e un nostalgico solo di fisarmonica:
"ed invece madre, più semplicemente, questo non è il mestiere mio"

"Rosa": con la fisarmonica a "svolazzare" leggera e sorniona su un andamento popolare e ammiccante, con inserti tra l'altro di clarinetto e mandolino, perfettamente all'opposto della traccia precedente:
"Rosa ammira la nuova preda e ci congeda nell'oscurità"

"La sfida": "la solitudine che strappo dalla vita e che la porta sulle spalle come lo scialle degli anziani"... un mood rarefatto e sommesso, poetico, con una splendida apertura melodica nel ritornello:
"io vivo piano e conservo la fatica... io che ho sfiorato la sua bocca con le dita"

"Aprigli la testa": "aprigli la testa e troverai il cuore, aprigli il cuore e troverai un letto, apri questo letto e trovi una puttana, apri la puttana e troverai il cervello", con De Andrè nel cuore e atmosfere ancora una volta popolari, da banda di paese con trombone, bombardino, clarinetto, fisarmonica e i controcanti di Nora Tigges in evidenza, quasi un tuffo nel passato.

"Scese lenta l'ultima neve": ballad sospesa e intensa, ricca di profumi anni '70, dedica sentita a Stefano Cucchi:
"Perdonami padre, perdonami madre, a guardarvi non ci riesco"

"Novembre": "ecco i polsi che l'attrice ha tagliato lentamente che per essere felice era troppo intelligente"... un testo splendido che procede per accumulo di pari passo con la chitarra portante, mentre "l'orchestrina" rimane in sottofondo a impreziosire il tutto:
"ecco i baci ecco l'amore ecco il culo delle donne"

"Jesus": "per imparare la paura e la speranza"... atmosfere rarefatte, con un arrangiamento scarno e cupo, con la chitarra acustica in evidenza e aperture melodiche come schiarite:
"mi hanno amato e mi hanno crocifisso"

"I re del mazzo": ancora in territori popolari, la dinamica strutturale del brano riporta inevitabilmente a Branduardi, trascinante con le sue improvvise accelerazioni, anche se è Federico Garcia Lorca a ispirare il testo:
"Corri via bambina che ti prende il matto, corri via bambina che ti acchiappo"

"Requiem": a dispetto del titolo, è una traccia abbastanza godibile, con la sua andatura simil reggae, per la piacevolezza delle armonie e dell'arrangiamento, ricco di inserti strumentali dove fa persino capolino la chitarra elettrica, l'ispirazione è Anime Salve di De Andrè:
"tutto questo l'ho intuito non ha fine ne un principio"

"Amore a dieci euro": con un ottimo lavoro della chitarra elettrica che punteggia il brano "sotterranea" è un brano Degregoriano nello spirito, nel suo sviluppo armonico e testuale e chiude più che degnamente questo terzo capitolo del nostro:
"l'amore che ha bussato e io chissà dov'ero... amore che non vali dieci euro"

 

Da storiadellamusica.it
di Giorgio Zito
Massimiliano D'Ambrosio "Novembre"

Arrivato alla seconda prova, Massimiliano D’Ambrosio, uno dei più promettenti giovani cantautori della scuola romana, cresciuto tra le mura dello storico Folkstudio della capitale, fa centro pieno, con un disco ispirato e intenso, sostenuto da ottimi musicisti che spesso non si limitano ad accompagnare il cantante, ma ne impreziosiscono i brani.

Molti i riferimenti che potrebbero venire alla mente ascoltando il disco, ma uno su tutti sembra preponderante, quello di Fabrizio De Andrè. Echi della sua musica e della sua sensibilità compaiono tra le righe e le note, a volte più evidenti, a volte solo accennati, probabilmente spesso inconsci. Così è nei suoni vagamente mediterranei di Rosa, o nell’andamento tra marcia e filastrocca di Aprigli la testa (che prende spunto da una poesia di E. E. Cummings) o ancora ne I re del mazzo dove, con una splendida esecuzione di tutti i musicisti, si ritorna con la mente alla Volta la carta di De Andrè.

Ma i vertici del disco sono altri, a partire dall’iniziale La ballata delle donne, un vero colpo di bravura nel musicare un testo di uno dei più grandi poeti italiani del novecento, Edoardo Sanguineti, che diventa una ballata dallo stile classico, impreziosita da una fisarmonica delicata e un violino elegante, quasi un folk rock d’autore. Altrettanto riuscito Lettera dalla Palestina, con i suoi toni scuri, dove un corno francese drammatizza un testo teso, splendido, che racconta in maniera poetica e non retorica del dramma della Palestina dal punto di vista di un obiettore di coscienza dell’esercito israeliano. Splendida la fisarmonica di Desiree Infascelli, toccante la frase che apre e chiude il brano (questo albero che non dà frutti, di un colore vermiglio spento, dove ringhia feroce il vento, e che toglie il respiro a tutti).

Il cantautore romano tocca poi tocca vertici poetici elevati nel lento ed intenso Scese lenta l’ultima neve, dove racconta un fatto sgradevole (la triste vicenda di Stefano Cucchi) senza essere troppo didascalico, riuscendo comunque a farci quasi vedere tutto. Splendido l’arrangiamento.

Si sfiora il capolavoro con Jesus (brano ispirato da un testo di Borges): pochi cantautori hanno il coraggio di toccare una materia così delicata come la vita di Gesù (anche qui viene in mente il solito grande Fabrizio), e altrettanto pochi riescono a farlo con tale delicatezza, sincerità e poesia. D’Ambrosio ci riesce in questo brano, splendido per il testo e per la costruzione musicale, in cui si immagina Gesù che narra in prima persona.

Non da meno La sfida, un testo che ancora tocca vertici altissimi di poesia, un brano lento e atmosferico, dove spiccano il violino di Vanessa Cremaschi e il mandolino di Davide Vaccari, e Novembre, dove un arpeggio lieve apre un susseguirsi di flash back, senza interruzioni o ritornelli, nella vita personale dell’autore.

Se lo spirito, la poesia, e direi anche l’umanità di Fabrizio De Andrè fanno spesso capolino tra le righe, non poteva mancare un brano espressamente a lui dedicato: Requiem, un reggae lento impreziosito dal violino.

Arrangiato splendidamente e suonato egregiamente da ottimi musicisti, Novembre è non solo il disco della maturità di D’Ambrosio, ma certamente uno dei lavori più interessanti dell’anno per quanto riguarda la canzone d’autore italiana.

Da Bloogfolk

Ultimo esponente della generazione Folk Studio, Massimiliano D’Ambrosio è senza dubbio uno dei cantautori italiani più interessante degli ultimi anni, e questo sia per il suo stile originale ma soprattutto per il suo approccio poetico e riflessivo. Lo scorso anno recensimmo con grande entusiasmo il suo secondo disco, Cuore di Ferro, e ne lodammo l’intensità e la profondità delle canzoni, sicché ci ha fatto non poco piacere ritrovarlo quest’anno con un disco nuovo di zecca, ovvero il recentissimo Novembre. Inciso con un gruppo di ottimi musicisti tra cui brillano Fabio Fraschini (basso, programmazione e rhodes), Giampaolo Rao (batteria), Davide Vaccari (chitarra e mandolino), e la talentuosa Desiree Infascelli (fisarmonica), il disco raccoglie undici brani di ottima fattura, che rispetto al lavoro precedente evidenziano un ulteriore maturazione del suo songwriting, e lasciano intravedere un Massimiliano D’Ambrosio ancor più cosciente dei mezzi a sua disposizione. Durante l’ascolto risaltano in particolare brani come la filastrocca Aprigli La Testa, ispirata da una poesia di E.E. Cummings, il tango trascinante e poetico di Rosa, o ancora la bella I Re del Mazzo. Il vertice del disco risiede però tanto nell’iniziale La Ballata delle Donne, una poesia di Edoardo Sanguineti musicata da D’Ambrosio e quanto in Jesus, ispirata da un testo di Borges e caratterizzata da una tensione poetica di grande intensità. Non mancano anche la denuncia sociale con Scese Lenta L’Ultima Neve, ispirata alla vicenda di Stefano Cucchi). Molto bella è sul finale anche Requiem, un reggae lento nel quale brilla il violino di Vanessa Cremaschi, che suggella un disco pregevole che conferma tutto il talento e le potenzialità di Massimiliano D’Ambrosio.

Da lascena.it
di Max Sanella

Come vuole e spesso accade, nella storia del cantautorato giovane o quello con gli anni, il secondo disco è sempre il migliore. Non scappa a questa parabola “Novembre”, il secondo lavoro del cantautore toscano Massimiliano D’Ambrosio e quello che emerge da un ascolto preso sulla freschezza di pochi minuti è che questa teoria stramba del secondo disco ci azzecca eccome, un disco che ti entra in testa e nell’anima come una storia infinita raccontata al calar della sera, lontano dagli intellettualismo vicino alla semplicità di un plaid che ti copre e accarezza dentro un inverno coccoloso.
Effettivamente c’è molto del misticismo laico del lontano Folkstudio tra le tracce, come del resto tutti i poltergeist degli anni settanta che qua e la fanno babucce e cucù per un ascolto dalla profonda lezione d’intimità, una gradevolezza in cui l’artista D’Ambrosio canta, seduce e racconta cose che non hanno perduto mai valore, come l’amore colorato d’istinto geniale; undici percorsi teller che si inseriscono nella matassa delle emozioni e, con una dolce cortesia e risolutezza, ti aprono le idee e le atmosfere che serri dentro, ti capacitano come un esserino nudo con un disperato desiderio di amore femminile, chiari e scuri che tra chitarre acustiche fisarmoniche, ballate, innocenze e melodie inquietano amabilmente fino ad essere immortalato nella bellezza di un disco completo, poetico, vibrante e di tessitura malinconica.
Con la benedizione dell’Alta Scuola Genovese, l’album fa una stupenda promozione dei suoi pezzi di vetro messi a rifrangere tramonti di luci e prismi opachi, la ballata Branduardiana di La ballata delle donne, rielaborazione magnifica di un testo dell’indimenticabile poeta Edoardo Sanguineti, la rarefazione nebbiosa di La sfida, l’arpeggio cristallino in un mattino freddo Novembre, lo zampettare folk I Re del mazzo o l’aria tersa di una chiusura dagli istinti country sopra amarezze di un amore contrattato Amore a dieci euro, tutto in questo disco urla forte con la calma di un venticello di campagna, urla e ti porta a rileggere, dentro i tuoi segreti, tutte le storie inconfessabili che non hai mai ammainato.

Da lisolachenoncera.it
di Andrea Podestà

È un continuo alternarsi di diverse tensioni questo Novembre, terzo disco del cantautore romano Massimiliano D’Ambrosio. Un alternarsi di ballate “politiche” e filastrocche, di brani d’amore e puri divertissement. Una sorta di elastico tra storie private-intime e grandi questioni sociali.
Se negli anni Settanta - si diceva - il privato era pubblico, qui le carte sembrano rovesciarsi e il pubblico diventa privato. Nei momenti più riusciti e ispirati D’Ambrosio riesce così a trasformare un grande e scottante problema storico-politico e sociale in elegia delicata. Accade, per esempio, in Lettera dalla Palestina dove a parlare, anzi a scrivere (alla madre) è un soldato israeliano diventato obiettore di coscienza. In un rovesciamento di prospettiva interessante (di solito il conflitto israelo-palestinese è visto attraverso gli occhi degli arabi) D’Ambrosio non racconta ma evoca, non descrive ma suggerisce: “Queste lacrime di argilla e fango/ questa polvere che elimina i colori/ queste donne barcollanti e in terra/ me le porto, madre, nei polmoni”.
Qualcosa di simile accade in Jesus in cui a parlare non è il Gesù figlio di Dio, ma più semplicemente il Gesù uomo: “A volte penso con nostalgia/ all’odore della falegnameria”. In questo caso, però, l’originalità scema perché l’argomento è stato già trattato da altri cantautori. E forse qui – nel riferimento alle volte davvero troppo scoperto ai propri “maestri” - che il lavoro di D’Ambrosio mostra qualche crepa. Così accade che Scese lenta l’ultima neve in cui si rievoca la drammatica vicenda di Stefano Cucchi (massacrato in una cella di prigione da alcuni poliziotti) risulti davvero troppo pericolosamente vicina (nella struttura armonica e ritmica) a Canzone del padre di De André. E così anche la citazione deandreiana “Non mi prese la morte, ma le guardie balorde” che in altro contesto avrebbe potuto reggere (la canzone trae ispirazione dal libro 'Non mi uccise la morte' di Luca Moretti e Toni Bruno) qui rischia di diventare ridondante. Altro “tributo” al De André (e al Bubola) di Volta la carta è poi Aprigli la testa. Mentre l’incipit di Rosa (peraltro una delle canzoni più riuscite) paga un forte tributo a Princesa (e nella parte di fisarmonica a Sotto le stelle del Messico a trapanar di De Gregori). Sospettiamo sia una sorta di retaggio, un rimando più inconscio (per i troppi ascolti) che studiato che rischia, però, di appesantire un lavoro che invece in alcuni punti risulta più che convincente, come ne La ballata delle donne, tratta da una famosissima poesia di Edoardo Sanguineti.
Al proposito molti sono i rimandi e i riferimenti culturali che stimolano il cantautore romano dal già citato Sanguineti a Cummings, da Borges a Garcia Lorca. Davvero ispirati e di ottima fattezza i testi che presentano un lessico medio alto e diversi stratagemmi stilistici (per esempio le anafore) che impreziosiscono la struttura testuale.

 

TORNA ALLA HOME