Alcune recensioni di "Cuore di ferro " (2009)

 

Da MusicMap.it
di Andrea Rossi
Massimiliano D'Ambrosio "Cuore di ferro "

Per quanto riguarda i cantautori mi sembra che ci sia un buco generazionale: l’ultimo mi pare Samuele Bersani, che non è più un ragazzino". Queste parole sono di Luca Carboni, rilasciate in un'intervista di presentazione del suo ultimo disco “Musiche ribelli” (in omaggio al brano di Eugenio Finardi), raccolta di brani cantautorali rivisitati dall’artista bolognese che interpreta canzoni come “Venderò” di Edoardo Bennato, “Ho visto anche gli zingari felici” di Claudio Lolli, “Raggio di sole” di Francesco De Gregori, “Vincenzina e la fabbrica” di Enzo Jannacci e molte altre ancora. E' vero? E' vero che, per quanto riguarda i cantautori, c'è un buco generazionale, che non ne nascono più? Sì e no. Sì, nel senso che è vero che cantautori di successo, spinti dalle major fino alla notorietà, non ce ne sono più da un pezzo. No, invece, perché cantautori ne nascono ancora eccome. Solamente, semplicemente, spesso il grosso pubblico non viene a conoscenza della loro esistenza. Ma chi frequenta internet non solo per scaricare film piratati, o per cercare filmati spinti su pornotube, chi insomma ha scoperto di poter trovare vere e proprie miniere musicali sulla grande Rete, ebbene, loro potranno erudirvi sul fatto che i nuovi cantautori italiani esistono, eccome. Anzi, sono un autentico esercito. Che utilizza un linguaggio nuovo, moderno ma al tempo stesso rispettoso di chi li ha preceduti. Se devo citarvi i migliori, qualitativamente e per "spendibilità" della proposta (sempre che, appunto, qualcuno si sbatta per spenderle, queste proposte), ve ne raccomando 3: Pippo Pollina, Beppe Donadio, e soprattutto Massimiliano D'Ambrosio. Quando, due anni fa, questo ragazzo romano pubblicò il suo album d'esordio "Il mio paese", colpì diretto allo stomaco chi aveva praticato, negli anni, il linguaggio, musicale e testuale, dei cantautori storici. La favola poteva continuare, allora, se c'erano personaggi come lui. Che riuscivano però, al tempo stesso, a rinnovare la loro proposta. Fu un colpo di fortuna, quell'album, o scoperta di un talento prodigioso? Ebbene, sono lieto di annunciarvi che era vera la seconda possibilità. Massimiliano D'Ambrosio è un fuoriclasse sopraffino, e la ricerca testuale e musicale del disco d'esordio qui viene ancor più perfezionata. La title track "Cuore di ferro" (autentico capolavoro), "Sette notti senza luna", "Luna lunera" (insieme a Marino Severini dei Gang), la ripresa della già nota (e splendida) "La via sul porticciolo", tanti piccoli frammenti di un mondo perfetto. Quello di Massimiliano D'Ambrosio. Se Fabrizio De André fosse ancora vivo, penso proprio che abbraccierebbe questo ragazzo. E, forse, spenderebbe pure qualche lacrima su questo disco. (Andrea Rossi)

Da Rockambula.com
di Federico Cifani
  • genere: CANTAUTORE
  • etichetta: Emerald Records
  • voto: 5/5

Cuore di ferro è il secondo disco di Massimiliano D'Ambrosio. Un lavoro che sotto la durezza del titolo nasconde un grande cuore e una grande anima. Quella di un cantautore impegnato, sensibile e innamorato della vita, in ogni suo aspetto. Elementi sui quali si innesta una padronanza assoluta della metrica e una ottima capacità di ricamare con le parole. Il risultato non può che essere il coinvolgimento dell'ascoltatore nelle atmosfere del cd. Fatte di storie d'amore, vendetta, delusioni, emozioni e tanta poesia. Tutto questo, senza contare il salto di qualità della colonna sonora. Così ricca di strumenti e melodie da farmi venire alla mente addirittura le sensazioni del mitico concerto di De Andrè con la PFM, nonostante il nostro, resti un disco di studio. Non tragga comunque in inganno il paragone. Infatti, influenze a parte, "Cuore di ferro" vive di luce propria. Insomma un lavoro di tutto rispetto e che fa onore al circuito degli indipendenti, sia per la qualità insita, che per la riprova della vitalità di certa musica. Una musica, soprattutto in questo caso, armonicamente polistrumentale che si nutre di poesia, letteratura e vita quotidiana e che crea canzoni con qualcosa in più.

Da Smemoranda.it
di L'Alligatore
Massimiliano D’Ambrosio, Cuore di ferro – Emerald Recordings, 2008
Notti senza luna o racconti d’amore ai tempi del Folkstudio, “Teresa Batista stanca di guerra” e “La scuola più strana del mondo” (non è quella ammazzata dalla legge Gelmini, ma un pezzo tratto da una surreale poesia dell’amico Benni), Ferlinghetti e Garcia Lorca, la calda voce di Marino “The Gang” Severini e Kay McCharty a cantare in gaelico …questi i temi, le ispirazioni, i personaggi, gli ospiti delle canzoni di Massimiliano D’Ambrosio, un cantautore che meriterebbe qualche spicciolo di notorietà in più, oltre la cerchia degli intenditori. Di scuola romana (ha fatto in tempo a frequentare attivamente il Folkstudio negli ultimi anni di vita del mitico locale capitolino), cantautore classico con voce e chitarra (e un sacco di strumenti da riscoprire, dal bombardino al mandolino, dal banjo al bouzuki, il kazoo …) è al secondo cd. È un sognatore capace di usare le parole. Ascoltatelo, se vi piacciono i cantautori puri.
PER APPROFONDIRE LEGGI LA MIA Intervista a Massimiliano D’Ambrosio

Da Mescalina.it
di Francesco Bove
Massimiliano D'Ambrosio "Cuore di ferro "

Finalmente un bel cd di musica cantautoriale che giunge, per di più, da un cantautore emergente! Sto parlando di “Cuore di ferro” di Massimiliano D’Ambrosio, cantante e chitarrista romano che ha già all’attivo un disco, “Il mio paese”, e che ha curato, nel biennio 95-97, lo spazio domenicale del celebre locale romano “Folkstudio”.
“Cuore di ferro” non è particolarmente lungo, dura quanto un vecchio LP ma è intenso e vissuto dalla prima all’ultima parola.
L’album in questione suona folk ma, in realtà, Massimiliano D’Ambrosio gioca a scacchi con i suoi punti di riferimento (De André, De Gregori, Bob Dylan).
Cuore di ferro” si apre proprio con una ballata stile irish-folk, “Sette notti senza luna”, e continua con “La danza immobile”, malinconica e sofferta, che parla di un amore giovanile.
L’ufficiale”, invece, musicalmente è un misto tra De André e Luigi Grechi ma il testo è assolutamente struggente e viene messo benissimo in risalto dalla voce evocativa di D’Ambrosio.
La via sul porticciolo” mi ricorda, per certi versi, “Rimmel” di De Gregori nell’intro ma, a differenza di quest’ultima, è una dolce canzone d’amore (“Rimmel” parla di un amore finito) , tratta da una poesia di Lawrence Ferlinghetti, in cui D’Ambrosio va ad esaltare e a contemplare la bellezza di una donna presa in considerazione nella sua quotidianità. Questa e la title track sono i momenti più belli del lavoro di D’Ambrosio.
Cuore di ferro”, oltre ad avere un buon arrangiamento, ha un testo molto ricercato, meditativo, che va a toccare corde profonde dell’anima con una sincerità disarmante.
A “La scuola più strana del mondo”, ballata country, scritta da Stefano Benni, divertente e scanzonata, segue “Teresa Batista”, una vera e propria poesia tratta dal libro di Jorge Amado “Teresa Batista stanca di guerra”.
Luna lunera” è una perla, vede la partecipazione di Marino Severini dei Gang ed è anch’essa una ballata folk differentemente da “An Schathan”, cantata in italiano da D’Ambrosio e in gaelico dalla cantante irlandese Kay McCarthy, più tranquilla e riflessiva.
In definitiva, “Cuore di ferro” ha tutte le carte in regola per essere un discreto album cantautoriale, ha dei testi non banali che vengono impreziositi dalla voce pulita di Massimiliano D’Ambrosio che non ricorre mai ad artifici vocali elaborati ma, al contempo, riesce perfettamente a far pulsare sensazioni e sentimenti con un’interpretazione elaborata, vitale e personale.
Non c’è nulla di sbagliato in “Cuore di ferro”, tutto è studiato e ricercato e a noi, quindi, non resta che ascoltare ripetutamente questo lavoro per cogliere le più intime sfumature.

Da Collettivo Parini

“Cuore di ferro… e una morbidezza che lascia contusi”
Di Corrado Sciò

Massimiliano D’Ambrosio è un cantautore tradizionale che non sfocia nel vecchio e grossolano mestiere dei chitarristi che coi chitarrini ci hanno fatto esplodere le scatole. Si tratta di un innovatore straordinario, originale nella costruzione dei suoi brani e abbastanza umile da tirar fuori dai suoi bagagli gli ultimi arrivi di stagione. E’ anche uno che non indossa facilmente gli stereotipi un po’ waitsiani o peggio ancora pasoliniani, che con tendenza avvoltoica son’ brucati dagli attuali musici diffusori dell’eiaculazioni all’Eccebombo, in cerca di un ripetibile successo, che state certi “Non si ripeterà”. Massimiliano non ha miti da ionizzare alle radio, tossicodipendenze da esibire, ha semmai rispetto per chi lo ha preceduto, e in questo è sicuramente un navigatore coraggioso: ammirevole perché a rimaner se stessi si paga uno scotto proporzionato alle proprie ambizioni.
Poi se ci aggiungiamo che possiede una morbidezza della parola, una coincidenza stupenda dei versi, uno schema metrico in cui la strofa B viene a spiegarti la strofa A, una ricerca filologica degna di un topo da biblioteca, l’esigenza di ascoltarlo fa il palio con il dovere di sostenerlo.

Una cosa preziosa di questo disco è il significato di ogni singolo racconto, rapportato a una realtà sempre più grande. E’ davvero un lusso sociale provocare reazioni sulle contraddizioni umane, sul tracciato dell’attuale asocialità che si è insidiata in ogni spazio del nostro tempo. L’originalità sta in questo: si parla d’amore e del suo contrario che sgretola il tema iniziale, si parla di burocrazia cronica e del fattore umano che sbriciola il suo inizio. E’ un disco in cui si costruisce per disfare e si disfa per costruire una risposta. Non è un lavoro per palati fini, ma è un manifesto a misura dell’uomo, in questo momento sicuramente più importante, necessario.
Capita spesso di assistere a ricami straordinari applicati a semplici messaggi pubblicitari, come in una gara del miglioramento, in cui quattro filastrocche sono musicate con archi, fagotti, bande municipali, sonagliere, sghignazzi e gargarismi di jazzisti famosi. Il tutto è apprezzabile ma non consegna l’effetto giusto alla cima (che poi è il finale), vista l’assenza di una base consistente.

“Cuore di Ferro” è un disco per cervelli pratici, per chi ha ancora l’ossessione di sporcarsi le mani, per chi per ogni pigrizia ha pronta un’idiosincrasia e ne ha piene le scatole, dei chitarrini, degli omaggiatori di se stessi, dei numeri discografici della nullafacenza.

Da Estatica.it
di Fabio Antonelli

Cuore di ferro: disco colto, raffinato e dal cuore… di carne.

A distanza di tre anni dal precedente “Il mio paese” Massimiliano D’Ambrosio pubblica questo nuovo disco dal titolo “Cuore di ferro”, non conosco il precedente lavoro se non per qualche fugace ascolto di quanto disponibile sui suoi siti personali, però una cosa è l’ultima sua fatica merita grande attenzione perché è un disco fortemente ispirato, in cui testi colti e raffinati si incastrano alla perfezione con le musiche dello stesso Massimiliano e gli ottimi arrangiamenti del bassista Fabio Fraschini e del batterista Giampaolo Rao.

E’ decisamente di quelle che rimangono in testa la canzone d’apertura stile folk “Sette noti senza luna”, il cui testo è giocato a mo di cabala sui numeri celando ma neanche tanto uno sguardo attento e critico alla nostra società “cinque gli esami dei fuori sede /in sei anni fra code e attese / e al funerale del soldato / sette i ministri dello stato” oppure i versi conclusivi “Una nave avvistata al largo / e due corvette ad impedir lo sbarco / sono tre i silenzi della sposa / quattro le amiche che l’aspettano scontrosa / cinque i premi già assegnati / da sei critici ubriachi / e sarà ancora un caso o forse è la sfortuna / sette le notti senza luna”.
Su un altro registro più malinconico e sofferto è “La danza immobile”, evocativa canzone d’amore o meglio su un amore giovanile vissuto ai tempi del Folkstudio, triste il finale “Tutto rinnegare tutto / per un po’ di vita / tutto rinnegare tutto / tutta la fatica / settimane ad aspettarsi / tanta strada per fermarsi, qua”.
Una ballata è il vestito indossato da “L’ufficiale” canzone sulla fine carriera di un ufficiale dello stato, quasi fosse un treno vecchio che ha concluso la propria corsa, una vita fatta di contraddizioni e conti che non tornano per un finale senza alcuna via di fuga “E adesso vado in giro per il porto / e mi trascino come un vecchio cane / adesso che mi sono quasi assolto / e che nessuno più mi chiama infame / adesso quasi tutto mi commuove / e sento ogni problema della gente / adesso l’ufficiale se ne muore / adesso sente il freddo solamente”.
La via sul porticciolo” è una dolce e solare canzone d’amore, tratta liberamente da una poesia di L. Ferlinghetti e sprigiona immagini piene di contemplazione e di desiderio rivolte alla bellezza femminile “Stupenda e incandescente / camicia aperta seno quasi nudo / appende i suoi peccati / appena un po’ sbiancati / mi salva almeno in parte / mi salva almeno in parte dal futuro”.
Su toni drammatici e a tratti epici, carichi di sofferenza, si torna con la title-track “Cuore di ferro” che è caratterizzata da un testo poetico davvero ricercato ed accurato “Salutami cuore di ferro, / saluta il coltello / che ho perso quando ti ho incontrato / o forse quando ti ho lasciato / cadere in un prato, / ma non ti ho sentito / e non ti ho cercato”.
Ma non c’è tregua è già ora di cambiare nuovamente, per far posto a “La scuola più strana del mondo”, una filastrocca stile country, musicata da Massimiliano su un testo decisamente ironico del poeta Stefano Benni, ecco d’esempio l’incipit iniziale “C’è il professor di storia che odia i Fenici, / la prof di matematica che strappa le radici / c’è il professor di scienze che abbatte tutti gli alberi / e quello di latino che tiene per i barbari. / E quello di disegno ci dice che Dio è tondo / perché questa è la scuola più strana del mondo”.
Ispirata al celebre libro “Teresa Batista, stanca di guerra” di Jorge Amado è “Teresa Batista” bellissima canzone che racconta con immagini di vivida poesia e profonda liricità la vita della protagonista Teresa fino alla splendida chiosa “Lì dove il fiume si unisce al mare / dove ogni cosa è da immaginare / dorme lansa, vergine eterna / dormi Teresa, stanca di guerra”, un’eterna dolorosa pace dopo tanto dolore.
Preceduta nel libretto da questo frammento di F.G. Lorca “... e luna lunanera, che sorriso aveva tra le labbra” è la successiva “Luna Lunera” magnifica folk-ballade, pura poesia che sarebbe potuta essere scritta da un giovane De André e che vede anche la partecipazione della mitica voce di Marino Severini dei Gang, solo un cenno “Luna Lunera oscura / si specchia cento volte / che l’anima è insicura / e il vento troppo forte / fra meno di mezz’ora / lei legherà ai suoi fianchi / duecento cavalieri / tre limoni e due cantanti”.
A chiudere degnamente questo disco è “An schatan” lenta solenne e distesa ballata cantata a due voci con la dublinese Kay McCarthy e cantata in due lingue italiano e gaelico, bello il testo “Il ragazzo va via soldato / si è umiliato, si è difeso ed ha ucciso, / ha sorriso sentendosi offeso / sul suo volto riflesso si è arreso. / La ragazza ha un prigioniero / che il suo orgoglio combatte e difende, / troppa gente sostiene che è vero / che il suo amore ha esaurito il veleno.” e significativa la presenza del violoncello di Marco Cecilia oltre ovviamente alla chitarra solista di Davide Vaccari.

Il consiglio quindi e di cercarlo, perché è un disco che merita, colto, raffinato e che, a dispetto del titolo, nasconde un cuore di carne pulsante, un cuore che per essere scovato forse basta solo scovarlo sotto il cappotto stretto al collo con cui Massimiliano appare fotografato in copertina.

Da OndaAlternativa
di
Davide Armento

“Cuore di ferro” è il titolo del secondo full lenght di Massimiliano D’Ambrosio, giovane musicista già noto alla scena folk di Roma, sua città natale. Cresciuto e maturato musicalmente nel Folkstudio - celebre locale che ha ospitato cantautori come De Gregori, Guccini e Dalla - dove ha curato lo spazio “Folkstudio giovani”, Massimiliano nel corso degli anni ha anche partecipato a rassegne musicali di cui è stato vincitore (come la IV edizione di “Scrivendo canzoni”) o finalista; esperienze dunque che non sono state certo inutili e che hanno contribuito alla sua formazione. Importante inoltre il suo impegno e la sua passione per la musica che lo hanno portato a diventare uno degli organizzatori del Tributo a Fabrizio De Andrè che si tiene nella capitale da cinque anni a questa parte.

Dopo l’album di debutto (“Il mio Paese”, 2005) e partecipazioni ad alcune compilation, D’Ambrosio è tornato con il suo secondo lavoro, di nuovo all’insegna del Folk e del “cantautorato”, circondandosi di circa una dozzina di validi musicisti, tra cui compaiono anche due nomi di spicco come Marino Severini dei Gang e la cantante irlandese Kay McCarthy.
Un album di circa trenta minuti, sufficienti per delineare e conoscere lo stile del musicista che attinge a piene mani da cantautori come De Gregori, De Andrè, Guccini; uno stile semplice, basato su una voce limpida, contaminata da un inevitabile e leggero accento romano, modulata quel tanto che basta, senza ricorrere a funambolismi vocali.
Non si può dire lo stesso per i testi però, perlomeno non per tutti: infatti, se alcuni deviano verso una certa semplicità a livello di contenuto e struttura (ad esempio le continue rime baciate) risultando quasi scontati – qualcosa di voluto, si suppone -, altri invece sono decisamente più elaborati ma impliciti o, comunque, non vincolati da un’unica, obbligatoria interpretazione.
Sentimenti, storie di gente comune, ideali, qualche cenno autobiografico: è ciò che si può cogliere leggendo le parole, venate da spensieratezza o tristezza, di Massimiliano D’Ambrosio che ha anche musicato alcune poesie di Benni (una delle quali è “La scuola più strana del mondo”) o che ha dedicato un brano (“Teresa Batista”) alla protagonista del libro di Jorge Amado, “Teresa Batista, stanca di guerra”.
Tutto il resto è folk, irlandese o folk-rock (con qualche spruzzatina jazz qua e là) che ricorda molto Branduardi, Vecchioni o qualcosa del più recente Enrico Capuano: allegro e coinvolgente o malinconico, commovente e meditativo. Sicuramente suonato con dimestichezza e convinzione, fattori che influenzano positivamente il buon lavoro fatto a livello di registrazione. Una base musicale perfetta che non entra per nulla in contrasto con la voce di Massimiliano, anzi, le dà man forte.
“Cuore di ferro” è un disco sincero: quel cuore, così forte e “di ferro”(appunto) nelle situazioni in cui domina l’ingiustizia, è invece un cuore caldo e pulsante di fronte ai sentimenti. Quindi un album che lascia ampio spazio all’”essere umani” e che probabilmente sarà motivo di cedimento emotivo per i malinconici degli anni d’oro del cantautorato italiano.

E i pezzi che non mi hanno convinto più di tanto vengono compensati da altri come l’omonima “Cuore di ferro”, “La scuola più strana del mondo”, “Teresa Batista e la suggestiva “An scathan”, forse il brano migliore.
Quindi tra il sei e il sette io dico sette.

Intervista al quotidiano Liberazione

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