Consigli a un giovane musicante...
a cura dell’Alligatore
03/01/07

Abbiamo chiuso il 2006 con la musica e nello stesso modo inauguriamo il nuovo anno... Massimiliano D'Ambrosio, cantautore romano è stato intervistato dal nostro Alligatore. Ecco cosa gli ha raccontato.
Allora non tutto è perduto, cantautori classici, con tanto di chitarra acustica e la barba da fare, ne nascono ancora.
Massimiliano D’Ambrosio è sicuramente uno di questi. Il suo esordio ufficiale intitolato semplicemente Il mio paese lo dimostra. Uscito nei primi mesi del 2006 per l’etichetta PianoB Records, distribuzione Terre Sommerse, è un cd fatto di parole e suoni, con ispirazioni e riferimenti ai grandi nomi della letteratura (Garcia Lorca, Ferlinghetti, Benni, E.L.Masters) e agganci alla dura realtà (dal dramma dell’emigrazione, trattato in modo originale in La nave a Genova 2001, ricordata di striscio nella tesa title track).
Insomma, D’Ambrosio è capace di giocare con le parole in modo eccelso. Per uno che ha cominciato a suonare nello storico Folkstudio di Roma, dove sono passati quasi tutti i nostri più grandi cantautori, è il minimo. Nonostante questo il suo stile non ricorda solo la scuola romana, ma anche Conte e soprattutto l’amato De André.
Per questo mi è venuto in mente di proporre al cantautore romano la mia solita intervista tramite posta elettronica. Molto gentilmente ha accettato di rispondere. Questi sono i suoi consigli a dei giovani musicanti riguardo.
SCRIVERE UNA CANZONE
Come nasce un tuo pezzo? Pensi prima alla musica e poi al testo o succede il contrario? Nelle tue canzoni ci sono molti riferimenti letterari. Come sono nati e quanto hanno pesato in fase di composizione?
Per quanto mi riguarda scrivo testo e musica quasi contemporaneamente o comunque l’uno influenza fortemente l’altro in fase di composizione.
Sicuramente riservo una cura particolare al testo e se una cosa non mi convince cerco di migliorarla fino a quando non mi soddisfa pienamente e se questo non accade lascio stare perchè la cosa peggiore da fare è accontentarsi. Resto convinto che una canzone anche con una musica povera ma con un buon testo possa emozionare chi l’ascolta, mentre ritengo non sia vero il contrario. Bellissime musiche vengono uccise da testi banali.
L’unica regola che seguo è quella di non pianificare nulla e di lasciare fare all’istinto e all’ispirazione. Non è possibile per me sedermi a un tavolino e dire “Oggi scrivo una canzone” non ne sono capace. Magari ho in testa delle idee, a volte anche molto confuse, e quando meno me l’aspetto la canzone esce fuori quasi completa o comunque in una forma già definita. Se posso permettermi un paragone è come quando un contadino va a raccogliere i frutti del suo orto. Non ha la certezza che il raccolto vada bene, non può deciderlo prima, però se ha “seminato” bene e se ha avuto cura del suo campo, ci sono molte più possibilità che il suo lavoro venga premiato.
Nel mio caso la “semina” la faccio leggendo molto e credo sia normale poi che questa mia passione, per la poesia sopratutto, mi invada quando scrivo qualcosa. Ho messo in musica parecchie poesie in molti casi però l’ho fatto prendendomi una totale libertà verso i testi originali. Per esempio il testo de “L’ignoto”, a parte la strofa iniziale, è completamente differente dalla poesia di Masters, però ho cercato di mettere dentro alla canzone quello che sentivo fosse il senso della poesia e dell’Antologia di Spoon River in genere. Ma non è una cosa che si può fare a comando. Non ti nascondo, poi, che c’è anche una componente legata alla voglia di diffondere e condividere gli autori che si amano. Nel prossimo disco ci sarà una canzone tratta da un libro a cui tengo molto: Teresa Batista, stanca di guerra di Jorge Amado e spero che chi l’ascolta, se non conosce già il libro, venga preso dalla curiosità di leggerlo.
CANTAUTORI
Alcuni, parlando del tuo cd, hanno citato i nostri maggiori cantautori. Io stesso ho riscontrato una parentela forte con il maestro De André.
Ti sembrano paragoni centrati o è la solita tirata da critici che non sanno cosa scrivere? Ci sono altre influenze, più o meno nascoste, che ci vuoi indicare?
Tutti i critici che mi hanno accostato a De André mi hanno fatto il più bello dei complimenti.
Per me è un punto di riferimento costante. Mi piace pensare che lui abbia indicato delle strade da seguire, dei sentieri e io mi sia semplicemente incamminato in uno di essi. Oltre a Fabrizio sono cresciuto ascoltando Guccini, De Gregori, Branduardi, Conte, Fossati, i Gang e credo che ognuno di loro mi abbia influenzato almeno un po’ e sinceramente non ci trovo nulla di male. D’altronde anche i pittori che anticamente andavano a bottega ad imparare il mestiere restavano influenzati dallo stile dei loro maestri.
L’importante credo sia avere qualcosa da dire. Comunque ho ascoltato e ascolto davvero di tutto: pensa che il mio primo concerto, a 12 anni, fu quello dei Deep Purple. Ricordo ancora con emozione quando tutto il Palasport di Roma attaccò in coro Child in time.
LA POLITICA
Bush jr passerà alla storia, oltre che per le sue vergognose guerre, anche per aver ispirato un sacco di buoni musicisti: dal Boss ai Pearl Jam a Neil Young, solo per citare i primi che mi vengono in mente.
C’è un modo diretto di parlare di politica, uno più sottile, oppure si può ignorarla del tutto.
Tu come ti poni con l’argomento? Come porsi da giovani musicanti di fronte ad essa?
Credo sia importante avere una coscienza, una sensibilità politica e comunque anche una canzone d’amore, volendo, può essere considerata una canzone politica perchè propone un suo punto di vista, un suo modo di vedere il mondo e le cose. Certo che in questa prospettiva è possibile leggere ogni canzone come fosse una canzone politica. Poi ci sono le canzoni legate all’attualità e per me è naturale confrontarsi con quello che avviene nel mondo. Quando una cosa mi indigna fortemente prima o poi scrivo qualcosa al riguardo. Il Mio Paese ad esempio, la canzone che da’ il titolo al mio primo album, è nata in pochi minuti dopo aver visto il nostro ex premier in un salotto televisivo serale che disegnava su una lavagna dighe, ponti, grandi opere; disegnava un paese che non c’è, un paese che non esiste. Allora per reazione ho preso la chitarra e poco dopo la canzone era finita. Una canzone scritta di getto, con la “pancia”.
Devo dire però che non amo molto le canzoni troppo esplicite o che urlano degli slogan. Credo non servano a molto e non inducano a nessuna riflessione. Inoltre ho la convinzione che non si debba mai, in nessun caso, rinunciare alla bellezza.
E non è vero che le canzoni dichiaratamente “politiche” non possano essere anche belle, basti pensare a Bandito senza tempo dei Gang.
FOLKSTUDIO
Nella tua biografia c’è l’incontro con il Folkstudio, storico locale romano fondamentale per la musica di casa nostra.
Quali sono i tuoi ricordi di questo locale? Cosa ti ha dato? Cosa hai dato tu a lui?
Cominciai a suonare al Folkstudio nel ‘94 durante lo spazio della domenica pomeriggio, chiamato “Folkstudio Giovani”; in quegli anni il pubblico non era moltissimo, ma c’era davvero ottima musica, quasi da inibirti, e infatti mi sentivo molto acerbo di fronte agli altri. Ma la serata andò bene, piacqui e iniziai a suonare durante la programmazione serale.
Al Folkstudio non vedevi l’ora di cantare, di esibirti, credo ci fosse una sana competizione con gli altri frequentatori per cui appena scrivevi qualcosa di nuovo correvi al Folk per farla ascoltare agli altri. Era un posto davvero stimolante che ti dava la possibilità di crescere artisticamente.
Parlare del Folkstudio però per me significa parlare di Giancarlo Cesaroni che chi frequentava quel posto chiamava “Il Boss”. Giancarlo era il Folkstudio. Lo ricordo come una persona dotata di una grandissima ironia, sincero, sempre coerente e musicalmente aggiornatissimo tanto che a volte ci chiedevamo dove andasse a pescare certi artisti assolutamente sconosciuti di cui lui invece sapeva tutto. La sua sincerità sopratutto nei giudizi faceva sì che in molti lo considerassero un burbero e forse un po’ giocava ad esserlo. Però chi ha avuto, come me, la fortuna di godere della sua amicizia ricorda senz’altro l’ironia, l’intelligenza e sopratutto la sua profonda umanità. A conferma di questo devo dire che più che per la musica spesso andavo al Folkstudio solo per passare un po’ di tempo con il Boss. Infatti molte volte mi rimproverava perchè passavamo l’intero pomeriggio a chiacchierare e quando arrivava il momento del concerto me ne andavo via. Questa cosa lo faceva infuriare, mi prendeva un sacco in giro. Mi affidò anche di organizzare lo spazio della domenica pomeriggio, quello in cui avevo cominciato anch’io, e lo feci assieme ad Ennio Sanzi per due anni dal ’95 al ’97 (la domenica il “Boss” non c’era, perché andava a giocare ai cavalli). In ogni caso, registravamo tutto e poi con calma lui lo ascoltava. Se qualche personaggio lo colpiva, lo faceva entrare nella programmazione serale. Persone come il Boss le incontri una volta nella vita, se sei fortunato.
I CONCERTI
Ti piace suonare dal vivo? Oppure ti senti più a tuo agio in studio?
Meglio scrivere, registrare o suonare dal vivo?
Per chi è alle prime armi quali sono gli ostacoli più difficili da superare in ambito live?
Meglio suonare dal vivo! Non c’è dubbio.
Registrare ti da la possibilità di far ascoltare a più persone il tuo lavoro e quindi di trovare più facilmente delle occasioni per poter suonare. Per me la finalità di un disco è essenzialmente questa. Ma non è possibile per me concepire questo lavoro solo al chiuso di una sala di registrazione dove corri il rischio di passare giornate intere ad interrogarti se il suono di un tom vada bene o meno. Credo che la musica non sia questo.
La musica è suonare davanti a delle persone. Il timore che si può avere all’inizio è quello di non sentirsi pronti, di voler essere perfetti. Invece, secondo me, anche l’imperfezione ha il suo fascino.
Credo che come prima cosa si debba cercare di emozionarsi se si riesce a far questo, quando si suona, allora qualche energia positiva sicuramente arriva al pubblico. Poi, è logico, non si può piacere a tutti.
LE CASE DISCOGRAFICHE
Una giovane musicante ha in mente dodici belle canzoni. Le ha provate e riprovate fino alla noia. Suonate dal vivo nel bar sotto casa e nei circoli della propria città. Ora vorrebbe farne un disco.
Cosa non dovrebbe assolutamente fare?
Cosa, invece, dovrebbe fare? Il tuo incontro con la casa discografica de Il mio paese... Credo che chi frequenta questo ambiente debba stare con gli occhi ben aperti. C’è il rischio di imbattersi in persone con davvero pochi scrupoli che cercano di guadagnare qualche spicciolo sfruttando i sogni di tanti ragazzi. La cosa che più mi sbalordisce è questo approccio delle piccole case discografiche verso i “giovani”: un approccio cliente-fornitore.
Ecco, non bisognerebbe mai diventare dei clienti e cioè pagare qualcuno per vedere prodotto il proprio disco. Chi prende dei soldi solitamente finisce il proprio lavoro nel momento stesso in cui incassa e non avrà mai l’interesse a promuovere l’album. Il rapporto invece dovrebbe essere perlomeno paritario.
Capisco che l’impegno economico possa essere troppo grande per una piccola realtà e quindi ha una sua logica magari la coproduzione che però deve essere inserita all’interno di un progetto. In altre parole ci deve essere la volontà, da parte dell’etichetta, di una crescita in comune o comunque l’impegno di fare almeno un pezzo di strada assieme. E questo è quello che ho cercato di fare coproducendo il mio primo album insieme alla Piano B una piccola etichetta di Roma alla sua prima uscita.
L’idea era appunto quello di crescere insieme e in questa logica sai che il tuo disco sarà un’opportunità per entrambi.
INTERNET
La Rete delle Reti è un buon strumento per farsi conoscere. Come utilizzarla al meglio? Come la utilizzi tu
I Four Day Hombre hanno cercato e trovato in Internet dei finanziatori per produrre il loro disco. Potrebbe essere una strada da seguire anche da giovani musicanti di casa nostra?
La rete rappresenta una grandissima opportunità. La cosa più bella della rete, che poi è anche il suo limite, è che puoi trovare davvero di tutto quindi alla fine risulta essere uno strumento anche un po’ disordinato. Però se hai qualche curiosità da soddisfare in rete trovi sicuramente quello che cerchi.
Credo sia fondamentale avere della visibilità in Internet; certo questo non può bastare anche perchè ci sono ancora molti comuni che non sono serviti dalle connessioni veloci quindi se sei presente solo in rete, in quei luoghi non arriverà mai la tua musica. La rete però ti da la possibilità di esistere, di comunicare potenzialmente a tutti chi sei e cosa hai da dire.
A livello di potenzialità quindi è eccezionale, mentre a livello pratico non è così semplice trovarsi uno spazio che vada al di là della cerchia di musicisti o degli addetti ai lavori.
In ogni caso è davvero importante esserci e quindi ho sia un sito che uno spazio su MySpace. Devo dire che trovo MySpace molto facile da utilizzare e credo sia un ottimo strumento grazie al quale ho scoperto tanta ottima musica.
CONQUISTARE (PACIFICAMENTE) IL MONDO
Siamo ancora considerati solo la patria del bel canto oppure qualcosa si muove?
È importante esportare il prodotto musica oltre i confini o in realtà è solo una fredda questione di bilanci economici?
Alcuni cantautori di casa nostra sono stati apprezzati prima all’estero e poi in patria (penso alla Francia dove Paolo Conte e Gianmaria Testa sono considerati da sempre delle divinità). Porterai anche tu le tue canzoni fuori dall’Italia?
Spero di averne un giorno la possibilità. Chissà, intanto credo che la musica prodotta in casa nostra non abbia nulla da invidiare rispetto a tanti prodotti stranieri. Bisognerebbe avere il coraggio di rischiare.
Un mio amico cubano mi ha raccontato che quando era piccolo alla televisione del suo paese trasmettevano molte canzoni italiane. Le canzoni di gente come: Endrigo, Mina, Bindi, Gino Paoli ad esempio sono ancora molto popolari in quel paese. Ma all’epoca c’era probabilmente un’industria musicale forte che cercava di far conoscere la propria musica all’estero. La conseguenza era che molte canzoni italiane venivano tradotte ed interpretate anche da artisti stranieri. E questo era sicuramente un vantaggio per tutti. Adesso una cosa del genere è pura utopia.
Purtroppo le multinazionali che in Italia dominano il mercato discografico vedono chi canta in italiano come un prodotto di nicchia, vendibile solo in Italia. Chi fa canzone d’autore poi è considerato la nicchia della nicchia.
E pensare che potremmo contare sulla tradizione lirica che ha diffuso la lingua italiana in mezzo mondo.
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